Liverpool PSG: Anfield non basta, finisce uno a uno
Certe partite le vivi con il fiato sospeso dall’inizio alla fine, e questa è stata esattamente una di quelle. Liverpool contro PSG, andata dei quarti di finale di Champions League ad Anfield, è stata una serata densa, carica di calcio vero.
Il risultato finale è uno a uno. Tutto aperto, tutto rimandato al ritorno a Parigi.
Salah segna nel primo tempo e Anfield esplode. È quasi un riflesso condizionato, Mo che trafigge il portiere avversario davanti alla sua gente, e quegli spalti che diventano una cosa sola. Il Liverpool nei primi venti minuti aveva spinto forte, creato situazioni pericolose, e alla fine il gol è arrivato come una conseguenza naturale di tutta quella pressione esercitata.
Però il PSG di Luis Enrique non è più quello squadrone disorganizzato che usciva ai quarti con una certa regolarità. Reagisce, tiene il campo con ordine, e nella ripresa trova il pareggio con Dembélé. Una transizione fulminea, palla recuperata, accelerazione e tiro sul secondo palo che non lascia scampo ad Alisson. Un gol che racconta perfettamente cosa sia diventata questa squadra: un meccanismo collettivo che funziona anche quando le cose si mettono male.
Donnarumma ha fatto il Donnarumma. Nel secondo tempo ha parato due o tre cose che potevano riaprire la partita in favore dei Reds, compreso un intervento su Salah che sembrava destinato al gol del due a uno. Gigi in questa Champions sta dimostrando di essere insostituibile, e non è una parola che uso a caso.
Slot ha impostato la partita in modo aggressivo, pressing alto, transizioni rapide, il solito calcio verticale che ha reso il Liverpool una delle squadre più belle da vedere in Europa in questa stagione. Ma forse manca ancora quella capacità di gestire il vantaggio quando ce l’hai, di abbassare i ritmi e portare a casa il risultato senza rischiare. È un dettaglio, certo, ma a questi livelli i dettagli contano tantissimo.
Kvaratskhelia ha avuto qualche guizzo interessante, ha messo in difficoltà la difesa inglese in un paio di occasioni, ma la continuità non c’è stata. Il georgiano funziona così, va a fiammate, e quando è acceso è davvero un problema per chiunque. Questa volta le fiammate sono state poche.
Szoboszlai ha corso per due, questo va detto. Ha coperto ogni centimetro del campo, ha recuperato palloni, ha collegato difesa e attacco con una energia che non si esaurisce mai. Non farà notizia quanto Salah o Dembélé, ma in partite così la sua presenza si sente eccome.
Il ritorno si gioca a Parigi, e lì la situazione cambia radicalmente. Il PSG gioca in casa, con il tifo del Parco dei Principi, e tecnicamente anche un pareggio basterebbe grazie al gol segnato ad Anfield. Questo significa che Luis Enrique può permettersi di essere più conservativo, di aspettare il Liverpool e colpirlo in contropiede. Esattamente la situazione in cui Dembélé e Kvara sono più pericolosi.
Il Liverpool invece deve segnare per forza. Deve andare a Parigi e vincere, il che significa aprirsi, rischiare, lasciare spazi. Non è impossibile, intendiamoci, ma è oggettivamente più complicato rispetto a quello che avrebbe potuto essere con una vittoria all’andata.
Beh, il calcio europeo è fatto così. Una partita non basta mai, e spesso il vero carattere delle squadre emerge proprio nelle situazioni di pressione, quando non puoi sbagliare. Un po’ come succede in ogni competizione dove il margine di errore si assottiglia, dai grandi palcoscenici Champions fino alle sfide decisive dei campionati minori, tipo i risultati di Pisa, Modena, Palermo e Cittadella che raccontano un altro calcio ma con la stessa intensità.
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